mercoledì 26 aprile 2017

 i tre grandi primi cugini Messana di Racalmuto
 
 



nco Dagna Fascismo e' anche impedire al popolo di esprimersi....
Concetta Ciccarelli ..vero Gio' , l'educazione e l'istruzione dei nostri giovani (si sà) , è il "fondamento "stesso ,del nostro futuro !!!! , quindi dovremmo stare attenti ai propositi "vettori di valori " , che proniamo da adulti, perchè nel frattempo noi induciamo , sep...Altro...
Lillo Taverna spesso comunque noi 'adulti' proiettiamo sul mondo che cambia il nostro fallimento esistenziale. Vi sono i salti quantitativi che diventano salti qualitativi. Il passaggio dal millennio scorso al nuovo è uno di codesti grandi salti, è iniziata una nuo...Altro...
Giovanni Francomacaro Nella vita esistono due linee conduttrici; una, la nostra vita: sale, scende, a volte va avanti, a volte indietro e poi finisce. L'altra è quella della vita della società umana; questa è simile ad una spirale, e la distanza fra una generazione e laltra non è poi così grande come vogliamo credere. In fondo l' Ortis che travolgeun passante non è diverso da un moderno pirata della strada. Non esiste altro processo di crescita che quello individuale. Il mondo è sempre simile a se stesso.
Lillo Taverna giusto finchè si crede nella spirale dei corsi e ricorsi del buon G,B Vico, Sempreché si comprenda che il punto di ritorno sta più in alto del punto di partenza. Si è consumata una evoluzione accrescitiva e quindi migliorativa. Impecettibile per chi sta seduto su treno di quella corsa. Ma intanto tutto è cambiato. Sì. panta rei. Non per nulla sono figlio della Megalé Hellas. Calogero Taverna
spesso comunque noi 'adulti' proiettiamo sul mondo che cambia il nostro fallimento esistenziale. Vi sono i salti quantitativi che diventano salti qualitativi. Il passaggio dal millennio scorso al nuovo è uno di codesti grandi salti, è iniziata una nuova palingenesi che noi - mi dispiace - frattaglie del millennio scorso non comprendiamo, osteggiamo e contestiamo. Siamo sinceri: non abbiamo nulla da insegnare. Non son più le cattedre nè i pulpiti né le cellule ad impartire ...'lezioni di vita'. Per fortuna. Io stravecchio di 83 anni gongolo. Noi con i nostri 25 aprile, con la prossenetica memoria degli olocausti, con il fustigarci per dileggiare, con le giornate della donna, con le nostre superstizioni incolte, con la nostra doppia morale, con il nostro disfattismo, con il nostro volere fermare il mondo perché non consono al frustro nostro intelletto, abbiamo ben poco da educare, insegnare, ammonire. Le nuove generazioni per fortuna manco ci ascoltano piu, annoiate per i nostri mugugni tristi e senza futuro. Calogero Taverna

lunedì 24 aprile 2017

Il giovane socialista, l'avv. ETTORE GIUSEPPE MESSANA
L'ANPI di Palermo non ha dubbi: il vice commissario di PS di Mussomeli, trsferito notte tempo il 9 ottobre 1919 a Riesi a sedarvi una rivolta solo apparentemente contadina, in efffetti eversiva, è un fascista della prima ora.
In quel frangente là di fascismo in Sicilia neppure l'ombra. Un minimo di conoscenza storica ci rassicura. Cessato il governo Vittorio Emanuele Orlando, subentrato Nitti c'è invece aria di vago socia...lismo magari ufficiale, magari moderato.
E guarda caso il trentacinquenne dottore Ettore Giuseppe Tancredi Messana era di Racalmuto e prima di entrare inpolizia vi faceva l'avvocato con propensioni nientemeno socialiste.
Un testo storico seppure sbrindellato e non sempre attendile ce ne dà notizia. Eugenio Napoleone Messana nel suo facondo RACALMUTO NELLA STORIA DI SICILIA, Canicattì giugno 1969, a pag, 357 ci racconta: "Fra gli intellettuali del paese che in questo periodo si affermarono meritano particolare attenzione l'avv. Giuseppe Scimè, l'avv. Salvatore Petrone e l'avv. Ettore Messana. I primi due intrapresero la carriera della magistratura e raggiunsero i posti più alti, sostituto procuratore generale e consigliere di cassazione lo Scimè, consigliere di cassazione il Petrone, il Messana scelse la pubblica sicurezza, fec
e tutta la carriera, partendo come si suol dire, dalla gavetta e giungendo, dopo avere subito remore dal fascismo, in quanto ex socialista, alla carica di questore, ispettore di polizia per la Sicilia, ispettore generale della Repubblica."
Altro...

domenica 23 aprile 2017

Beatrice Cenci, la vera storia

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 15 /06 /2014 - 14:07 pm | Permalink 
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1/ CENCI, Beatrice, di Luigi Caiani (Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani)

Riprendiamo dal sito del Dizionario Biografico degli Italiani Treccani - Volume 23 (1979) la voce CENCI, Beatrice scritta da Luigi Caiani. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.
Il Centro culturale Gli scritti (15/6/2014)
Beatrice Cenci (anche se non è certo che sia il suo ritratto),
attribuito a Guido Reni
CENCI, Beatrice. - Nacque a Roma il 6 febbr. 1577 da Francesco ed Ersilia Santacroce.
Francesco era uno degli uomini più ricchi di Roma, avendo ereditato dal padre Cristoforo un patrimonio valutato oltre 400.000 scudi che questi aveva accumulato ricorrendo a diversi mezzi illeciti, dall'usura alle malversazioni, soprattutto nel periodo in cui aveva ricoperto la carica di tesoriere generale della Camera apostolica, Per sanare gli illeciti paterni Francesco dovette sborsare in due riprese oltre 60.000 scudi. Anch'egli ebbe molta cura del patrimonio, dedicandosi soprattutto ad importanti acquisti fondiari. Ma proprio con lui la fortuna avita cominciò a sgretolarsi a causa delle multe ingenti che dovette pagare nelle numerose occasioni in cui il suo carattere violento e sregolato lo fece finire nelle mani della giustizia.
La C. trascorse l'infanzia in famiglia, dove dominava il carattere volgare e violento del padre, uomo tirannico, avaro e manesco, che finì per suscitare contro di sé l'odio dei figli, fino al parricidio. Nel giugno del 1584, poco dopo la morte della madre, il padre la mise come educanda nel monastero della S. Croce a Montecitorio, insieme alla sorella maggiore Antonina. Era un educandato modesto, dove le Cenci erano le uniche nobili. Vi rimasero otto anni, fino al settembre del 1592, e furono per la C. i soli anni tranquilli. Quando tornò a casa, infatti, trovò la famiglia in piena crisi.
I tre figli più grandi, Giacomo, Cristoforo e Rocco, erano in rotta col padre, soprattutto per motivi di interesse: egli negava loro il denaro necessario per mantenersi, ed essi facevano debiti e lo derubavano; gli intentarono anche causa per ottenere gli alimenti, e la vinsero. Il contrasto si acuì nel 1594, quando il padre ebbe la sua più brutta avventura giudiziaria, un processo con la grave e infamante imputazione di sodomia. Stette in carcere solo tre mesi, ma per ottenere l'estinzione del procedimento dovette pagare l'enorme somma di 100.000 scudi. I tre figli approfittarono dell'occasione per chiedere a Clemente VIII di separare definitivamente il padre dalla famiglia prima che la mandasse in rovina, e di dare quindi a tutti i figli una sistemazione adeguata. In effetti il papa assegnò loro le rendite di alcune terre paterne, e fu probabilmente per suo interessamento che alla fine di quello stesso anno Antonina si sposò. Dal canto suo il padre accusò i tre di volerlo uccidere: dall'inchiesta emersero soprattutto le responsabilità di Giacomo, ma questi riuscì a trovare testimoni a suo favore, e fu prosciolto. Il padre lo accusò ancora di aver subornato testimoni contro di lui durante il processo per sodomia, ma anche questa querela finì nel nulla.
Questi ripetuti smacchi, il vedersi sfuggire il controllo sulla famiglia, il costante timore di essere ucciso diedero un duro colpo al morale di Francesco Cenci, che cominciò a pensare di lasciare definitivamente Roma. Intanto, dopo la scarcerazione, allontanò da sé i due figli più piccoli. Bernardo e Paolo, gli unici maschi rimasti in casa, mettendoli "a dozzina" presso un prete. Un'altra sua preoccupazione era che anche la C., come Antonina, si sposasse, perché la dote avrebbe ulteriormente salassato il suo già dissestato patrimonio. Per impedire questo, nell'aprile del 1595 rinchiuse la C. e la seconda moglie, Lucrezia Petroni, nella rocca di Petrella Salto, un piccolo paese tra Rieti e Avezzano, a due giorni di viaggio da Roma, nel territorio del Regno di Napoli.
Dopo aver subito negli ultimi tre anni le vicende familiari, la C. si trovò così sacrificata all'egoismo del padre, isolata in un ambiente estraneo, in compagnia della matrigna, una donna debole e scialba, e di qualche servitore. La loro vita, già assai monotona e triste, divenne più dura l'anno seguente, quando il padre, temendo che potessero fuggire, tornò alla rocca e le segregò in un appartamento del quale fece sprangare porte e finestre, trasformandolo in una vera e propria prigione: il cibo veniva passato alle due donne attraverso uno sportellino. Dopo qualche tempo esse riuscirono a eludere la sorveglianza del guardiano, ma la loro sorte non migliorò che di poco. Esasperate, presero a spedire lettere ai parenti a Roma invocando aiuto: una lettera della C. a Giacomo, nella quale lo scongiurava di trovarle marito o almeno di metterla in un monastero, cadde nelle mani del padre, nel dicembre del 1597. Tornato subito alla rocca, egli picchiò selvaggiamente la figlia, e decise di stabilirvisi, per tenere meglio sotto controllo le due donne. Richiamò a sé anche Bernardo e Paolo, ma dopo qualche tempo essi riuscirono a fuggire a Roma.
La C. non aveva certo un carattere passivo, e non poteva sopportare senza reagire quella situazione. Era spaventata e disgustata dalla brutalità e dal disprezzo con cui il padre la trattava, obbligandola anche ad accudire alle sue pulizie personali, ossessionata dalla sua continua presenza nello spazio chiuso dalle mura della rocca. E soprattutto a quel punto si rendeva conto di essere in sua completa balìa, e di non poter più sperare in alcun aiuto dall'esterno. La decisione di ucciderlo fu così non solo l'espressione del suo odio, ma anche l'unica via per riacquistare la libertà. Fra le violenze paterne non sembra ci sia stato anche lo stupro, del quale molto si è parlato. Un tentativo non si può certo escludere, visto che la violenza sessuale di Francesco non si fermava davanti ai congiunti: pochi anni prima infatti aveva tentato di sodomizzare un figliastro. Ma è da notare che né Lucrezia né la C., nelle confessioni rese al processo, fecero mai accenno a un fatto del genere, che sarebbe stato un'importante attenuante. Il primo a parlarne fu il loro difensore, Prospero Farinacci, che sperò così di salvare la C. dal patibolo. Due serve che chiamò a testimoniare in proposito riferirono però circostanze poco convincenti, e lo stesso Farinacci, commentando in seguito questo processo nel suo Responsorum criminalium liber primus, riconobbe che le prove erano molto fragili.
La C. attuò il suo proposito con molta fermezza, superando continue difficoltà, aiutata solo dall'ex castellano, Olimpio Calvetti, che fu probabilmente anche suo amante. Il primo progetto fu di far uccidere il padre dai banditi della zona, ma le trattative con costoro non andarono in porto. Allora la C. pensò di avvelenarlo, e nell'agosto del 1598 mandò a Roma Olimpio, per mettere Giacomo al corrente dei suoi piani (Cristoforo e Rocco nel frattempo erano morti): Giacomo assentì e diede a Olimpio del veleno. Ma il padre, insospettito, obbligava la C. ad assaggiare ogni cibo e bevanda. Allora ella si risolse a farlo uccidere nel sonno. Al momento decisivo sia Lucrezia sia Olimpio e il suo complice, Marzio Catalano, esitarono, e fu solo la grande determinazione della C. a trascinarli. Francesco Cenci venne così ucciso a martellate dai due sicari all'alba del 9 settembre: per simulare una disgrazia, su proposta della C. venne sfondato il pavimento di un balcone di legno su cui dava la sua stanza, ed il corpo fatto cadere nella macchia sottostante.
Il 12 giunsero alla rocca Giacomo e Bernardo, e il giorno dopo tutti ripartirono per Roma, senza neppur far celebrare le esequie del padre. L'illusione dell'impunità durò molto poco. La popolazione del paese era convinta che si era trattato di un delitto, la voce giunse a Roma e agli inizi di novembre il Fisco aprì un'inchiesta: i Cenci sostennero tutti la versione dell'incidente, ma vennero messi agli arresti domiciliari in attesa di ulteriori accertamenti. Intanto sul luogo del delitto si svolgevano due inchieste, una ordinata da Marzio Colonna, proprietario della rocca, e l'altra dal viceré di Napoli: vennero facilmente rinvenute le prove del delitto, e a Napoli fu emesso un mandato di cattura contro i quattro Cenci (Paolo era morto di febbre agli inizi di dicembre), i due sicari e le loro mogli. Olimpio si trovava allora a Roma nella casa dei Cenci. Giacomo decise di sbarazzarsene, preoccupato anche dal suo comportamento imprudente, e agli inizi di gennaio lo convinse a partire con un suo fido che aveva l'incarico di ucciderlo. Marzio invece venne catturato il 12 gennaio in un paese vicino a Petrella Salto, dove si era rifugiato. Dalle sue confessioni, rese a Roma nel carcere di Tor di Nona, dove poco dopo morì, emersero tutti i particolari del delitto. I Cenci vennero arrestati, e sottoposti a numerosi interrogatori e confronti dal luogotenente criminale del Vicario, Ulisse Moscato: tutti rimasero saldi nella primitiva versione; soprattutto la C. tenne testa al magistrato, facendo coraggio anche all'esitante Lucrezia. Il Moscato allora estese la rete degli interrogatori, finché non ebbe indizi sufficienti per mettere i Cenci alla tortura. Agli inizi di agosto vennero successivamente sottoposti al tormento della corda Giacomo, Lucrezia e la C., e tutti cedettero immediatamente. Giacomo e Lucrezia addossarono la maggior responsabilità alla C., mentre questa, più lucidamente, disse che l'iniziativa era stata tutta di Olimpio, ormai morto.
Dopo queste confessioni i Cenci poterono scegliersi i difensori, che furono due fra i più celebri avvocati di Roma, Prospero Farinacci e Pianca Coronato de' Coronati. Nelle loro arringhe, presentate per iscritto al papa agli inizi di settembre, sostennero entrambi che la principale responsabile del delitto era la C., ma che non doveva essere condannata a morte perché il suo gesto era stato motivato dallo stupro paterno. Quanto agli altri, neppure loro meritavano la morte, perché avevano semplicemente acconsentito a quanto la C. aveva già deciso. A parte ogni valutazione di questa linea di difesa, considerata fiacca e priva di pathos da alcuni studiosi, il momento era particolarmente sfavorevole agli imputati, perché il ripetersi fra la nobiltà romana di omicidi familiari, l'ultimo dei quali era avvenuto proprio il 5 settembre, mentre il papa stava esaminando le difese, spingeva il papa ad una condanna esemplare. Giacomo, Lucrezia e Beatrice vennero condannati a morte, Bernardo, per la sua giovane età e il suo ruolo secondario, alla galera a vita, dopo aver assistito all'esecuzione dei suoi; i loro beni vennero confiscati.
Il processo fu seguito con molto interesse dall'opinione pubblica, che manifestò grande simpatia per gli imputati. Soprattutto la C. colpì per la sua bellezza e la sua giovinezza, e subito nacque intorno a lei la leggenda, che ne fece un'eroina: si disse anche che aveva sopportato la durissima tortura della veglia, cedendo solo alla fine.
All'esecuzione, avvenuta l'11 sett. 1599, assistette un'enorme folla commossa. La C. affrontò coraggiosamente la mannaia, dopo Lucrezia, e gli Avvisi la definirono "ardita", "salda", "virile".
Una grande folla rese omaggio al suo corpo, che restò esposto fino a sera accanto al palco, e la accompagnò poi a S. Pietro in Montorio, dove venne seppellita. Sulla sua lapide non venne posta alcuna iscrizione, come era d'uso per i giustiziati. I suoi. resti vennero dispersi nel 1798, durante l'occupazione francese, quando le tombe vennero violate per recuperare il piombo delle bare.
Il testamento della C., che conteneva soprattutto numerosi lasciti a chiese e monasteri, non ebbe naturalmente effetto a causa della confisca dei beni. Un lascito particolare a un "povero fanciullo pupillo", affidato a una sua amica, ha fatto pensare a qualche studioso che si trattasse di un figlio che la C. aveva avuto da Olimpio, ma l'ipotesi non sembra molto consistente.
Durante il processo l'interesse dell'opinione pubblica fu colpito non soltanto dalle figure dei parricidi, ma anche dalla sorte del loro ancora cospicuo patrimonio. Si accusò Clemente VIII di avere mire su di esso, e ciò che accadde in seguito confermò questa convinzione. Infatti subito dopo l'esecuzione la moglie di Giacomo, in gravi difficoltà finanziarie, presentò ricorso alla Sacra Rota contro la confisca dei beni, perché legati da fidecommisso. Nella causa intervennero anche Bernardo e i due cugini Baldassare e Ludovico Cenci, che li reclamavano, ciascuno per proprio conto, in base al fatto che Giacomo era stato diseredato. Mentre la causa era ancora in corso, i beni vennero messi all'asta, e attraverso vari maneggi la parte più cospicua di essi, la tenuta di Torrenova, di quasi mille rubbia di superficie, alle porte della città, fu acquistata da Gian Francesco Aldobrandini, nipote del papa, per una cifra assai inferiore al suo valore. Lo scandalo fu clamoroso, e il papa, per sedarlo, fu costretto a concedere alla moglie di Giacomo la restituzione di quanto restava, dietro una composizione però di 80.000 scudi. Per il pagamento di questa ingente somma venne eretto il Monte Cenci. La famiglia continuava però a trovarsi in serie difficoltà, perché quasi tutte le rendite delle proprietà venivano assorbite dal pagamento degli interessi dei luoghi di Monte. Così nel 1615 i Cenci chiesero al papa di liberare alcuni beni dal vincolo fidecommissario per poterli vendere ed estinguere così il Monte. Finì in tal modo il grosso patrimonio.
Un presunto ritratto della C., attribuito a Guido Reni, è conservato a Roma nella Galleria nazionale d'arte antica: ma sono improbabili sia l'identificazione del personaggio sia quella del pittore. Nel sec. XIX la leggenda della C. conobbe una grande fortuna, e fu soggetto di opere pittoriche e scultoree assai mediocri (un elenco in Ricci, II, pp. 280 s.). Molto più importanti sono le numerose opere teatrali e di prosa, fra cui le tragedie The Cenci, di P. B. Shelley (1819), Beatryks Cenci di J.Słowacki (1839), Beatrice Cenci di G. B. Niccolini (1844), e il romanzo Beatrice Cenci di Francesco Domenico Guerrazzi (1853). In tutte queste opere, pur diverse tra loro per ispirazione, la C. appare come l'eroina che sola, in mezzo alla generale vigliaccheria di amici e parenti, osa tener testa al padre, vendica l'oltraggio subito e affronta con fermezza la sua sorte. Il tema è stato ripreso nel Novecento da Antonin Artaud nella tragedia Les Cenci, del 1935. Essa è permeata dalla concezione esistenzialista di un male che coinvolge vittime e carnefici, per cui la C. si sente contaminata e non riscattata dal parricidio. Ultima in ordine di tempo, per le rielaborazioni letterarie di questa vicenda, è la Beatrice Cenci di G. Drudi (Torino 1979).
Fonti e Bibl.: Tutte le fonti relative a questa vicenda sono rintracciate ed utilizzate. Gli studi storici più importanti sono: A. Bertolotti, Francesco Cenci e la sua famiglia, Firenze 1879; I. Rinieri, B. C. secondo i costituti del suo processo, Siena 1909; C. Ricci, B. C., Milano 1923; quest'ultimo contiene un repertorio critico delle fonti e una completa bibliografia. Fra gli scritti pubbl. dopo lo studio del Ricci sono da ricordare: G. Rosadi, I documenti su B. C. e il libro di C. Ricci, in Nuova Antologia, 1° marzo 1924, pp. 3-17; [I. Rinieri], Ancora di B. C., in La Civiltà cattolica, LXXV (1924), I, pp. 34-41; Id., B. C. Gli ultimi rantoli di una leggenda, ibid., LXXVI(1925), III, pp. 311-23; Id., L'ultima confess. di B. C., ibid., pp. 500-10; O. Montenovesi, B. C. davanti alla giustizia dei suoi tempi e alla storia, Roma 1928; L. Guglielmo. D'un presunto attentato all'onore di B. C. compiuto dal padre Francesco Cenci, Lecce 1933; E. Martinetti Di Valentano, Il Parricidio Cenci, Roma 1933; C. Fraschetti, I Cenci …, Roma 1933, ad Ind.; L. von Pastor, Storia dei papi, XI,Roma 1958, pp. 626-629.

2/ Cènci, Beatrice (dal sito Treccani.it Enciclopedie on line)

Riprendiamo dal sito dal sito Treccani.it Enciclopedie on line la voce CENCI, Beatrice. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la loro presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.
Il Centro culturale Gli scritti (15/6/2014)
Cènci, Beatrice. - Nobile romana (1577-1599); protagonista della tetra vicenda che provocò la rovina della sua famiglia; figlia di Francesco (1549-1598), uomo dissoluto e violento, fu confinata con la matrigna Lucrezia Petroni nella rocca di Petrella Salto, nel Cicolano (prov. di Rieti), dove divenne l'amante di Olimpio Calvetti. Con questo e con suo fratello Giacomo si sbarazzò, per riavere la libertà, del padre, facendolo precipitare da un balcone. Il processo che seguì, voluto da Clemente VIII, si concluse con una condanna che voleva colpire, con la sua violenza, nei responsabili dell'ultimo delitto tutte le malefatte dei Cenci: Beatrice fu decapitata davanti a ponte S. Angelo, insieme al fratello Giacomo e alla matrigna Lucrezia. La sua figura, idealizzata dal popolo come una vittima innocente degli orrori della sua casa (fu detta la "vergine romana"), fu oggetto di una letteratura vastissima: si ricordano i racconti dello Stendhal e di Dumas padre, le tragedie di Shelley, di Słowacki e di G. B. Niccolini, i romanzi dell'Ademollo e del Guerrazzi, i drammi di A. Artaud e A. Moravia.

3/ Gli ultimi momenti della vita di Beatrice Cenci (da Wikipedia)

Riprendiamo dalla voce Beatrice Cenci di Wikipedia (al 15/6/2014) la parte relativa agli ultimi momenti di vita di Beatrice Cenci, come risulta dall’autore della “Romana storia del secolo XVI", Roma, 1849, che riprende a sua volta i dati da fonti precedenti non precisate dalla voce stessa di Wikipedia.
Il Centro culturale Gli scritti (15/6/2014)
«Vennero frattanto altre soldatesche dal lato di Castel S. Angiolo, ed aumentata la forza armata intorno al patibolo, si proseguì il corso della giustizia, quando si vide un poco calmato il tumulto della folla. Beatrice genuflessa nella cappella era talmente assorta nella sua preghiera che non fece attenzione al rumore ed alle grida; soltanto si riscosse quando lo stendardo entrò nella cappella per precederla al supplizio. Si alzò, e con la vivacità di una sorpresa domandò: — La mia signora madre è veramente morta? — Le fu risposto affermativamente, ed ella gettatasi ai piedi del Crocifisso pregò con fervore per l'anima di lei. Poi parlò ad alta voce e lunga pezza col Crocifisso dicendo cose troppo non connesse, e finì con esclamare: — Signore tu mi chiami ed io di buona voglia ti seguo, perché so di meritare la tua misericordia.
Si accostò al fratello, lo baciò in fronte, e con un sorriso d'amore gli disse: — Non ti accorare per me, saremo felici in cielo, poiché ti ho perdonato. Giacomo svenne. La sorella, volgendosi agli sgherri: - andiamo - disse, e franca si avanzava alla porta, ma il carnefice le si fece avanti con una corda, e pareva che temesse di avvolgere con essa quel corpo. [...] Appena Lo stendardo uscì dalla cappella, e che la meschina accompagnata da due cappuccini arrivò al pié del palco, un subito silenzio fece credere deserto quel luogo per lo avanti sì rumoroso. Tutti volevano sentire se articolava qualche parola, e con gli occhi a lei rivolti, e con bocche aperte pareva che pendesse dalle di lei labbra la loro esistenza. Beatrice al pie' del palco, baciò il Crocifisso, fu benedetta dal frate; e lasciate le pianelle, salita destramente la scala, lentissima arrivò al fatale ceppo, niuno si avvide della pronta mossa che gli fece scavalcare la panca che aveva cagionato tanto ribrezzo alla Petroni; si collocò perfettamente da se inibendo con uno sguardo fiero al carnefice di toccarla per levarle il velo dal collo, che da se stessa gettò sul tavolato. Ad alta voce invocava Gesù e Maria attendendo il colpo fatale, passò però in questa orribile situazione alcuni istanti, perché il carnefice intimorito si trovò impacciato a vibrarle la mannaia. Un grido universale lo imprecava, ma frattanto il capo della vergine fu mostrato staccato dal busto, ed il corpo s'agitò con violenza. Il misero Bernardo Cenci costretto ad esser testimone del supplizio di sua sorella cadde svenuto, e per lunga mezz'ora non poté essere richiamato ai sensi. La testa di Beatrice fu involta in un velo come quella della matrigna, e posta in lato del palco; il corpo nel calarlo cadde in terra con gran colpo, perché si sciolse dalla corda [...]».
Visto che il dibattito continua,lo ripropongo anche se di qualche tempo fa.
Giuro che certi dibattiti proprio non li comprendo. Chi è fuoriuscito dal PD perché dovrebbe andare a votare alle primarie pur avendo la tessera? Per dispetto ad…
ombrettabuzzi.it
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Lillo Taverna Io di certo non andrò a votare, sarebbe un regalo al 'rottamato' rottamatore Renzi. Ma capisco quelli che pur in cuor loro già 'fuorusciti' vi andranno. Possono nutrire l'iintima speranzella che vi sia un ravvedimento operoso e si torni uniti. Credo che intanto vi sia un prudente attendismi: andare apparentemente uniti alle elezioni comunali per i limitare i danni del renzismo. Poco male se dopo Bersani torna ad essere il nostro 'capo' e portarci alle elezioni nazionali con questo Italicum evirato del premio di maggioranza. Proporzionale pura e dopo si vedrà. Un governo in qualche modo si abbozzerà. E son sicuro che Renzi non arriva al 20% e Bersani, sicuramente con Pisapia, si porta a casa almeno il 15%. Le gufesche previsioni di Mentana si squaglieranno come neve al sole. Bersani, ritorni a guidarci!

sabato 22 aprile 2017

illo Taverna Dottor Cottini, lasci perdere le giusticazioni interpersonali. Mi dica: Lei c'è o ci fa? Lei era fuori da questa caienna della CSR. Picozza va a firmare come direttore un numerio intero per far propaganda a se stesso. Ma quel numero unico (così si di...Altro...

Ennio Anzilotti Si beva una camomilla dia retta a me.

Lillo Taverna vada a fare il coldiretto, creda a me!

Ennio Anzilotti Ovviamente con tutto il rispetto per i Coldiretti. Essendo lei siciliano non mi viene in mente alcun attributo. La saluto cordialmente.

Lillo Taverna Sa mio nonno era 'viddranu' e me ne vanto. Non per nulla sono comunosta e non mi va che la CGIL mandi fascisti alla CSR. A voi toscani non vi capisco: state con Renzi e con Gelli e poi vorreste i nostri voti rossi scarlatti.